Il più grande esempio di macelleria giudiziaria all’ingrosso del nostro Paese.

GIORGIO BOCCA

40 anni fa moriva una persona perbene: Enzo Tortora. Giornalista e conduttore televisivo di grande successo, la sua carriera fu stroncata all’alba del 17/06/1973 quando, alle quattro del mattino, i carabinieri lo arrestarono con un accusa surreale, di essere spacciatore di droga.

Contro di lui le accuse di una banda di camorristi pentiti, accuse inverosimili che gli costarono mesi di detenzione in carcere e poi gli arresti domiciliari.

Fu esibito come un trofeo in manette e la sua famiglia fu oltraggiata. Enzo Tortora si proclamò sempre innocente e dovette attendere due gradi di giudizio per essere scagionato da ogni accusa e restituito alla libertà e alla sua famiglia.

Purtroppo, qualche anno dopo la sua carcerazione e completa riabilitazione, intervenne la malattia che poi lo porto alla morte il 18 maggio 1988.

Forse ci diciamo qualcosa, o forse niente. Ringrazio solo chi ha permesso quell’immenso, unico e indimenticabile abbraccio. Mio padre è vestito ancora in jeans e camicia, come quando lo hanno ammanettato. Lo guardo. Non ci sono parole per descrivere un uomo umiliato e offeso. Sono tre giorni che non si cambia, ha freddo. Forse ha dormito vestito. Mi tolgo il golf. Glielo metto. Se potessi, mi leverei la pelle. Alle mie spalle una porta blindata, a destra una grata, dietro la grata un secondino. È giovanissimo, forse ha vent’anni come me. Quando ci vede piangere fa un timido passo indietro. Forse prova qualcosa anche lui. L’angoscia, lo sgomento sono indescrivibili a parole: ricordo le mani sudate, gelide, un groppo continuo alla gola che soffoca le parole. E poi, una grande voglia di scappare. Di uscire via. Ma ci sono sempre le sbarre, e quel maledetto rumore di chiavi a ricordarti dove sei. Le parole, le frasi dette durante il colloquio sembrano poche, mai sufficienti. E sono sempre coperte dalle voci degli altri, di quelli che gridano, piangono o ridono dietro di noi. Quando torna il brigadiere per annunciare la fine del colloquio c’è un grande imbarazzo. Negli occhi di mio padre l’incredulità. Nei miei tanta rabbia. Poi l’ultimo abbraccio. Quello più struggente, che ti porti dentro e dentro per giorni e giorni. Quando esco evito di proposito di vederlo sparire al di là delle sbarre, dietro i cancelli. È una maniera per farsi meno male.

SILVIA TORTORA

 

Tortora come molti altri fu vittima di una stagione giustizialista, dove bastava la parola di un pentito per essere portato in carcere. Una stagione mai conclusa. Ancora decine e decine di persone soffrono un ingiusta carcerazione per chiamate di correo, non suffragate da reali indizi di colpevolezza.

Nel rito penale c’è ancora una forte sproporzione tra accusa e difesa, e soprattutto non è affatto vero che la giustizia è uguale per tutti. Chi ha più soldi può meglio difendersi e per i poveri c’è solo la difesa di ufficio, che spesso si appella alla clemenza della corte.

Le carceri italiane sono ancora piene di persone in attesa di giudizio, che spesso vengono prosciolte dopo carcerazioni preventive. Non sono infrequenti i casi in cui persone sono state condannate a lunghissime pene detentive pur essendo completamente innocenti.

Un paese democratico dovrebbe consentire a tutti eguali possibilità di difesa, e fare del carcere la sanzione estrema solo per casi gravissimi.

Dal mio punto non è cambiato nulla: sono 30 anni di amarezza e di disgusto.

SILVIA TORTORA