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Cristo non si è fermato a Caivano

Cristo non si è fermato a Caivano !

Carlo Levi raccontò nel suo romanzo, Cristo si è fermato ad Eboli, di una realtà sospesa tra miseria e tradizioni ancestrali. Voleva parlarci della civiltà contadina e di un sud completamente abbandonato. Parlava di un tempo lontano, quando era stato confinato dal fascismo in un piccolo paesino, oltre mezzo secolo è passato da allora.

Il sud in larga parte è rimasto povero, e per molti aspetti abbandonato. Quello che è scomparso è la civiltà contadina sostituita da una società dei consumi che appiattisce ogni differenza culturale. Dal sud continuano ad emigrare giovani, producendo la desertificazione di molte realtà interne: un emorragia di corpi e intelligenze dove la memoria è custodita solo dagli anziani.

Caivano è un paese del sud, ma non dell’interno, non dell’osso, come scriveva rossi-doria, l’economista. Caivano è l’ultimo paese a nord di napoli e al confine con la provincia di Caserta, un paese fino agli anni 60 rurale che poi ha visto crescere un forte industrializzazione confinata in un area (asi) in prossimità dell’area di Pascarola, un polo industriale che non ha mai interagito con il paese. Industrie, anche a vocazione internazionale, che non hanno cambiato il volto del paese.

Caivano ha perso la vocazione agricola, ma non è diventata una città che ha assorbito una cultura industriale. Fino agli anni ’60 Caivano aveva una precisa conformazione urbanistica che poi la speculazione edilizia ha deformato creando mille periferie che si estendono per chilometri, in terre dove l’agricoltura sembra essere scomparsa. Questo ha determinato una perdita di identità del paese che non ha più nessun rapporto con le sue tradizioni, né si è affermata una cultura che portasse il paese alla modernità. A tutto questo si sono aggiunte alcune scelte politiche che hanno completato un processo di anomia che ha segnato la vita dei cittadini.

Caivano non aveva nessun bisogno di uno Stir: fu una scelta arbitraria consumata in segrete stanze della politica, che ha portato milioni di eco balle. Un disastro ambientale che non sarà sicuramente rimosso nei prossimo decenni. A tutto ciò si è aggiunta un’altra scelta che ha sfregiato il territorio: la tratta di alta velocità. Questa attraversa tutto il territorio, ma non ha consentito ai Caivanesi quella mobilità che poteva accorciare le distanze con la città metropolitana di Napoli, infatti all’epoca si preferì monetizzare questa deturpazione del territorio accontentandosi di un piatto di lenticchie.

Queste scelte hanno pesato e pesano sulla vita di tutti i Caivanesi che non hanno più nessuna speranza di vedere un cambiamento della propria vita quotidiana. Caivano non è Eboli, è molto peggio, una landa abbandonata dagli uomini e da Dio, sfruttata e utilizzata per interessi perversi. Non ha più, soprattutto, nessuna identità. Da almeno un decennio le amministrazioni non durano più di 15 mesi, un instabilità politica frutto della disillusione dei cittadini che votano senza più avere nessun riferimento ideologico. Un paese che sembra aver smarrito la speranza del cambiamento e che affonda ogni giorno di più. Sarebbe semplice per ognuno raschiarsi di dosso l’appartenenza, fuggire lontano. All’opposto il vero coraggio è restare, lavorare per ricostruire i rapporti sociali, tessere reti, ricostruire un idea di un paese diverso e migliore.

Questo è il compito che abbiamo innanzi!