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Ricchioni, fascisti e uomini veri!

Fin dalla prima infanzia ho sentito parlare dei cosidetti “ricchioni”. Inizialmente pensavo che questo termine fosse riferito a qualche malattia riguardante le orecchie. Quando sono entrato nell’ adolescenza, a scuola, alcuni miei compagni mi indicavano alcuni ragazzi che a loro dire erano “ricchioni”.

Io non riuscivo a fare distinzione fra i miei compagni e i “ricchioni”. A me sembravano tutti amici con i quali dividere un’infanzia felice.

Col tempo ho compreso che i sessi non erano due, ma c’erano molte sfumature e che persone dello stesso sesso potessero addirittura amarsi.

Nel mio paese e forse anche in altre realtà il termine “ricchione” non vuole solo indicare una persona omosessuale, ma questo termine si carica di altri significati: soggetto inaffidabile, persona instabile d’umore o personaggi inclini al raggiro.

Per la mia frequentazione dei cosidetti ”ricchioni” non ho affatto riscontrato quello che la vulgata locale gli attribuiva. All’ opposto mi sono sembrate persone rigorose, affidabili, anche se non immuni da alcuni vizi riscontrabili in tutte le persone (autoreferenzialità, egocentrismo ed altro).

I “ricchioni” sono sempre stati oggetto di scherno, derisione e ostracismo. Un rifiuto che viene da lontano che non è solo il prodotto di una visione retrograda e capace di elaborare il rapporto con l’ altro.

Il fascismo fin dal ventennio perseguitò gli omosessuali considerandoli come appartenenti ad una sottospecie umana, al pari degli ebrei e dei rom. Il fascismo collaboro attivamente alla persecuzione degli omosessuali e insieme ai nazisti alla loro soppressione fisica.

Fascismo e nazismo sono stati sconfitti, ma le loro radici sono ancora solidamente piantate nel tessuto di una società che ha fretta di dimenticare gli orrori del passato.

Il fascismo non solo perseguitava gli omosessuali, ma creò il mito della virilità: ostentata ed esibita. Il duce si considerava un “tombeur des femmes”: molte relazioni e qualche figlio illegittimo mai riconosciuto e soppresso in manicomio.

I fascisti esaltavano il culto della morte, ma a morire nella Seconda Guerra Mondiale furono soprattutto i soldati italiani, i figli di braccianti e i contadini mandati a combattere in luoghi sconosciuti (Africa, Grecia, Russia) .

La ritirata dall’Armir dalla Russia era e resta una tragedia che sarà per sempre scolpita nel cuore di chi camminò con le scarpe di cartone nella tormenta per migliaia di chilometri per tornare a casa vedendo i propri compagni morire congelati.

Il fascismo è storicamente morto a piazzale Loreto, ma i fascisti sono ancora vivi e presenti tra noi. In particolare stiamo assistendo a un rigurgito di idee ampiamente diffuse durante il ventennio.

In quel tempo a stuprare le donne italiane era la gente di colore, oggi Forza Nuova riprende quell’ anacronistico incitamento all’odio e indica nei migranti i nuovi mostri. Per la destra fascista e lepennista di Salvini il migrante è un parassita che toglie il lavoro ai cittadini italiani, lucra sui contributi dello Stato e appesta le vie cittadine.

Si diceva così anche degli ebrei: erano usurai, parassiti e sporchi. Prima furono rinchiusi nei ghetti e poi sterminati. Prima di loro furono sterminati i disabili, gli omosessuali, i testimoni di Geova e i rom: tutti individui ritenuti non degni di vivere.

Questa follia contagiò l’Europa e produsse milioni di morti.

È giusto, quindi, che venga severamente repressa ogni forma di apologia di quella nefasta ideologia.

Mio nonno nacque a Tunisi da genitori siciliani nel 1921, non aveva mai conosciuto il fascismo ma pensò che fosse suo dovere difendere la sua patria e a 17 anni si arruolò volontario negli Arditi.

Fu due volte ferito all’arma bianca. Il suo battaglione fu decimato. Lui fu fatto prigioniero e dai suoi ricordi emergeva sempre un malcelato disprezzo verso i fascisti venuti a combattere in Tunisia. Per lui erano feccia, cialtroni, gente priva di coraggio e dignità.

Conservò questa opinione quando fu espulso dalla Tunisia e nel corso degli anni egli maturò un disprezzo sempre più profondo per quella patria per cui aveva combattuto e per cui era diventato profugo.

Prima di morire mi raccomandò di conservargli la medaglia al valore che faticosamente aveva ottenuto dallo Stato Italiano. Mio nonno era un uomo vero che non aveva dimenticato il suo passato e non si era riconciliato con il suo presente.

Spesso mi sono interrogato su cosa volesse significare essere un uomo vero.

Nel corso degli anni ho cambiato molte volte la mia opinione. Quando ero giovane pensavo che un uomo vero fosse chi combatteva per i suoi ideali, ossia, per qualcosa per cui valesse la pena vivere e morire.

Mantengo tutt’oggi questa convinzione.

Gli studi e la fatica di vivere mi hanno convinto che un vero uomo è soprattutto colui che porta il peso delle proprie responsabilità, che di fronte al potere non china la schiena, che sa fare delle propria vita un esempio di lealtà e che non tradisce per calcolo o per denaro.

Di uomini veri ne ho conosciuti pochi e quei pochi orientano la mia vita!